Home Interviste Intervista a Gianluca Terranova, da Duca di Mantova seduttore superficiale ad Enrico Caruso raffinato conquistatore di anime. “Terranova canta Caruso”, il 27 agosto all’Arena Flegrea di Napoli

Intervista a Gianluca Terranova, da Duca di Mantova seduttore superficiale ad Enrico Caruso raffinato conquistatore di anime. “Terranova canta Caruso”, il 27 agosto all’Arena Flegrea di Napoli

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di Eliana Del Prete
È una delle più belle ed apprezzate voci del panorama lirico internazionale. Germania, Stati Uniti, Hong Kong, Shanghai ed Australia sono solo alcuni dei confini che il “toro scatenato della lirica” -così lo ha definito il regista Stefano Reali – ha valicato e conquistato con indubbia bravura. Parliamo di Gianluca Terranova, un artista a tuttotondo che annovera in un palmares di tutto rispetto, il merito di aver fatto rivivere con la propria voce, anima ed interpretazione, una delle più belle ed intense pagine della storia della lirica mondiale attraverso la vita di Enrico Caruso. Nella fiction “Caruso, la voce dell’amore” il maestro Terranova coglie appieno l’essenza di questo “raffinato conquistatore di anime” che mai, nemmeno per un solo istante della propria vita, ha rinnegato origini umili e popolari dove, l’accezione del termine non è intesa mai in toni dispregiativi. “Le canzoni “popolari” di Caruso infatti, nobilitate con voce e vibrazioni -sottolinea Terranova – sono divenute oggi patrimonio dell’umanità. Il 27 agosto prossimo presso l’Arena Flegrea di Napoli sarà possibile apprezzarne tutta la potenza drammatica in un evento unico: Terranova canta Caruso. Una grande orchestra, quella diretta dal maestro Quadrini, che con i suoi 120 elementi, riproporranno il più celebre repertorio del grande ed immortale tenore partenopeo.
Benché attualmente impegnato in un magistrale Rigoletto in Australia, in questa intervista realizzata a migliaia di chilometri di distanza, Gianluca Terranova si racconta e ci mostra la strada per una visione ed un ascolto migliore del mondo della lirica.

Lei si è avvicinato al mondo della lirica solo dopo aver sperimentato e soprattutto studiato la musica ed il canto in ogni suo aspetto, dimostrando oggi – mi corregga se sbaglio – che la bravura di un tenore non è solo una dote innata bensì la conoscenza e l’acquisizione di una tecnica precisa. Cosa trasforma un mero “esecutore tecnico” in un grande cantante lirico?
“L’esecutore tecnico” nella lirica non è assolutamente disprezzabile, anzi chi riesce tecnicamente in modo corretto a portare a termine una interpretazione è ritenuto un ottimo cantante lirico. Il “mettere” dentro qualcosa di più della mera esecuzione tecnica, appartiene ai grandi del passato, quel qualcosa che la Callas o il Di Stefano o il Caruso per primo sentivano e che successivamente veniva chiamato in modo generico “verismo”, era il mettere la propria identità di uomo dentro l’interpretazione del ruolo, oggi viene considerata antica, passata,” la lirica della nonna” per intenderci, sono “forzature” che non piacciono ai puristi e melomani, che oggi, chiedono all’interprete di essere il piu possibile essenziale e vicino alla partitura. Molto spesso, si fanno dei portamenti, degli accenti, o addirittura si cambiano note per fare un effetto, questo è sbagliato, la cosa migliore, e non è facile, è avere le doti tecniche e sentire nel profondo quello che si canta, rispettando ogni singola nota dello spartito, ma sentendosi veramente quel personaggio, come in un film, non serve far le solite mosse di maniera, sono antiche, basta sentirlo dentro, e avere lo sguardo di chi interpreti.”

Quanto conta la voce e quanto la testa – ossia il dominio di sé – in questo mestiere?

“Il dominio e il controllo sono fondamentali. La voce bella o brutta che sia, se non è controllata bene non serve a nulla. Puoi avere una voce non bella, ma valere di più di uno che ha la voce bella e non la sa usare.”

Abbiamo parlato di tecnica, studio e vocazione per la lirica, come si fa ad armonizzare tutto questo con le note dell’anima?

“Non esiste una tecnica certa, bisogna essere il personaggio che si interpreta, essere attore, bisogna emozionare credendo nel profondo di essere “lui”. Se faccio il Duca di Mantova sono un bastardo, non mi curo di quello che pensa la gente di lui, devo essere credibile, la gente deve avere l’impressione di vedere il Duca in persona e non Terranova che lo interpreta. Io sono lui e lui è bastardo, non mi sforzo a farlo diventare simpatico o buono, è cosi, un seduttore superficiale con il potere e i soldi e può avere tutto, ma si diverte ad ottenerlo non con la forza , ma con la seduzione, lui gioca facile a fare il seduttore mentre Gilda si fa uccidere al suo posto. Se sei veramente nel ruolo, nel profondo, aiuti il dramma ad arrivare più diretto e chiaro al pubblico. È un gioco di squadra. Se pensi di essere divino e che tutti stian li a guardare a te, mentre ti crogiuoli nei tuoi acuti e note lunghe, non lavori per il bene dello spettacolo. Questa è l’alchimia che hanno in pochi, i campioni di calcio non sono quelli che pensano al look a tutti i costi e a far goal, ma quelli che si ammazzano di fatica negli allenamenti e inventano la giocata per far fare goal agli altri.”

Ha un segreto per calarsi nei personaggi da interpretare in modo da assimilarne lo stato d’animo senza alterare il dictat del compositore?

“Non è un segreto, è un talento, non si puo spiegare. La tecnica la possono imparare tutti, più o meno, il talento è una cosa che hai dentro ed esce fuori con lo studio, con la tecnica e la convinzione di sapere e magari con la fortuna di trovarsi di fronte un regista o un direttore che ti vuole aiutare. Gli altri la chiamano “naturalezza sulla scena” io lo chiamo talento. Il saper controllare tutto tecnicamente e recitare come se non ti stessi sforzando è un talento, è un equilibrio che hai dentro. Come fare yoga. Lavori sui muscoli ma poi l’equilibrio lo trovi quando ti lasci andare alla mente. I grandi cantanti lirici erano sostenuti dai grandi direttori che li aiutavano a capire musicalmente il perchè delle note.”

Ha lavorato accanto a Massimo Ranieri per un lungo periodo. 350 repliche di Hollywood condividendo la scena con un mostro sacro del mondo dello spettacolo e in particolare della musica. Come ha vissuto questa esperienza? Oggi, nel suo modo di “donarsi” al pubblico c’è qualcosa che ha assimilato in quel periodo?

“Assolutamente si. Quella è la base del mio prodotto. Innanzitutto avere un regista come Patroni Griffi significa avere uno che ti ama e ti tira fuori il meglio, poi avere davanti uno come Massimo e vedere ogni suo respiro ogni suo sguardo e immaginarne il pensiero prima di aprire bocca giorno dopo giorno sempre con la stessa forza e convinzione e con…20 anni di piu, ti fa capire che devi pedalare! ”

Ritornando alla tecnica; il suo “allenatore” è una pianista, Maria Cristina Orsolato. Esiste qualche motivazione specifica per cui la scelta di un coach musicista e non cantante?

“No, io ho sempre cercato cantanti per maestri. Poi la vita, le scelte, il destino mi ha portato a cristina. Lei è un caso unico, una che sa cosa ti si muove nella gola esattamente e ti sa guidare senza cantare…è un genio, ma ha anche molta esperienza, ha visto tanti grandi con i suoi occhi e ascoltati con le sue orecchie. So che molti mi prendono per esagerato quando parlo di lei come un “Guru” ma credo che prima o poi se stiano accorgendo tutti, un po’ per i miei risultati, e un po’ per i risultati che lei ha con altri cantanti in carriera e di gran successo.”

I tenori italiani sono tra i più amati e ricercati nel mondo eppure – secondo la locuzione del “nemo propheta in patria” – nel nostro Paese la musica lirica continua ad essere considerata un’arte di “nicchia”. Come si potrebbe arginare secondo lei la tendenza nel non investire abbastanza sulle nostre ugole?

“Nessuno investe sulle nostre ugole. Noi sin da giovani cominciamo a studiare e ci paghiamo tutto con il sacrificio delle nostre famiglie o il nostro lavoro. Non esistono strutture che individuano i talenti e li fanno studiare e li inseriscono nell’ambiente lavorativo. Questo accade a malapena nel calcio. Noi siamo figli del mondo, non dell ‘Italia, l’Italia intesa come “terra” di origine e cultura ci dona molto perchè il nostro aspetto, il nostro talento, la nostra storia, la nostra arte, la nostra voce è italiana e ci fa essere unici al mondo, ma “L’Italia” nel senso di Stato Italiano, non ci da nulla, anzi. Per questo molti si stufano e cambiano nazionalità.
La cultura in Italia non è comparata con la parola “business”, “lavoro”, “impresa”, ma come “impiego”, “museo”, sovvenzioni e assistenzialismo.
E così la cultura morirà sempre di più e i giovani da tutto il mondo ameranno l’Italia degli anno d’oro, quando la Callas e la Tebaldi si rivaleggiavano a suon di acuti e Di Stefano e Del Monaco erano degli eroi, dei cavalieri.

Quali sono i requisiti fondamentali che deve possedere un aspirante cantante lirico?

I miei dieci comandamenti sono:
1- Coraggio = non aver paura di essere giudicati….male
2- Passione = essere disposti a lavorare senza tredicesima quattordicesima e ferie pagate.
3- Determinazione= non arrendersi mai neanche davanti al baratro
4- Pazienza = non pretendere di ottenere tutto subito
5- Onestà = riconoscere che stai sbagliando
6- Furbizia= correggere il tiro prima che gli altri si accorgano che stai sbagliando
7- Umiltà = conoscere i propri limiti
8- Amore per il canto= godere del successo degli altri cantanti purchè siano davvero bravi
9- Costanza= non mollare mai lo studio
10 – Fiducia in se stessi e nel proprio talento= Essere il numero uno perchè è scritto così da qualche parte e gli altri se ne devono fare una ragione.

Con il senno di poi, artisticamente parlando, cosa non rifarebbe più?

“Non perderei tempo energia e denaro a cercare sponsor e finanziamenti pubblici per i miei progetti artistici, nonostante ciò privi tanta gente nello show business di opportunità di lavoro.”

Nel 2002 autore e compositore del musical “Caruso- La storia di un mito” che le ha tributato il Musical Awards, poi la fiction per la Rai “Caruso, la voce dell’amore” ed il cd “Terranova canta Caruso”. È stato lei a scegliere Caruso o viceversa?

“Enrico Caruso non ha bisogno di Terranova per essere ricordato, omaggiato e osannato lo fanno in tutto il mondo, Io ho cercato di portarlo piu volte in scena per riproporre il suo messaggio: il popolare non è sinonimo di bassa qualità. Lui cantava le canzoni napoletane come delle romanze di opera. Nobilitava con la sua voce e le sue vibrazioni meravigliose delle melodie popolari che nel mondo oggi sono intepretate da asiatici, americani, australiani ed europei come patrimonio di tutti, se non fosse stato convinto lui a quest’ora noi non avremmo goduto delle celebri ” O sole mio” , “core ngrato” “Torna a Surriento” con la voce tenorile, che emana una potenza drammatica e unica e tutto il mondo se ne accorge e si inchina facendo chapeau.”

E secondo lei cosa ha fatto arrivare a tanto Enrico Caruso?

“Ha conquistato il pubblico perchè era uno del popolo che ce l’ha fatta e non ha mai rinnegato le proprie origini mostrando la voglia di riscatto, per lui, per la madre che è morta di stenti per farlo studiare, ma soprattutto per dimostrare al padre e alle persone che lo consideravano un cafone, di essere un principe dentro, un raffinato concquistatore di anime.
Caruso è un punto di riferimento, un cavaliere del passato che non è morto invano, ma ha lasciato un messaggio forte. Lui veniva dal popolo, dai bassi napoletani, eppure è arrivato alla vetta per dire: io sono così…e me ne vanto. E poi…sapendo di aver avuto tutto dalla vita…è tornato a Napoli per guardare per l’ultima volta il sole che ha impresso in lui tutta questa forza, lo stesso sole che la madre guardava dai bassi …come un miracolo.”

Nella fiction “Caruso, la voce dell’amore” ha dimostrato di essere un artista completo, critica e pubblico hanno potuto apprezzare le sue indubbie doti da attore. Come è giunto a questo livello di preparazione nel campo della recitazione?

“Massimo Ranieri una sera come tante in tour, davanti ad un bicchiere di vino mi disse: “Gianlù, mettiti in testa che tu non sei un tenore, tu sei un attore”. Non so…certo recitare è molto più stressante per lo spirito e per la mente, rispetto al canto lirico che invece è liberatorio perché basta allenarsi e stare in forma, ma recitare fa parte della mia psicologia, chissà un giorno magari rifaccio qualcosa…per ora mi accontento di aver degnamente portato a milioni di persone “l’uomo” Enrico e non il “Divo” Caruso come alcuni erroneamente pretendevano. Caruso è diventato tale mediante le sofferenze di Enrico, e questo nella fiction viene fuori grazie soprattutto al Regista / musicista, Stefano Reali. Lui mi chiamava “toro”scatenato della lirica, ciò fa capire l’energia che voleva da me; non un bravo tenore, ma uno disposto a soffrire come lui.”

Sta riscuotendo un grandissimo successo di pubblico e di critica in Australia dove interpreta un eccellente Duca di Mantova mentre
il 27 agosto sarà a Napoli per un grande evento, Può anticiparci qualcosa?

“Qui in Australia la opera House è molto ambita da tutti anche se lontana da tutto. Si lavora bene e mi considerano un numero uno. Tornare a Napoli per me è una festa, un ritrovare la gente che ha amato la fiction e la mia interpretazione. Cantare le piu belle romanze di opera e canzoni del repertorio carusiano con una grande orchestra e un grande coro di 120 elementi. Ho chiesto alla organizzazione di Rino Manna del Palapartenope di farlo sapere a piu gente possibile sperando che in agosto i napoletani abbiano voglia e tempo per venire ad ascoltarmi. Napoli è una piazza difficile, non ti regala nulla, te la devi guadagnare. Napoli ama Caruso, ma ancora non so se ama Terranova…vedremo!”